LA STORIA
Primario a 42 anni, la chirurga Alessia Pagnotta: faccio tornare il sorriso ai bambini col tumore
di Rosalba Emiliozzi
Alessia Pagnotta

La diagnosi di un tumore a 10 anni provoca nel piccolo paziente un silenzio così cupo che neanche un chirurgo esperto come Alessia Pagnotta riesce a dimenticare. Una sorta di mutismo difensivo. Silenzio, sguardo nel vuoto, assenza anche quando, nella stanza del medico, il ragazzino ascolta che per lui c'è un'altra possibilità con la chirurgia ricostruttiva. Il “miracolo” del bisturi, gli arti, le mani che tornano a “nuova funzione” grazie a veri e propri trapianti dopo che il cancro ha colpito parti del corpo portando via la spensieratezza degli anni più belli.

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Quando questi bambini arrivano dalla dottoressa Pagnotta, 47 anni, ortopedico e chirurgo plastico all'ospedale Israelitico di Roma dove è responsabile di una Unità operativa semplice, il tumore è stata eliminato con successo dai colleghi ortopedici oncologici e inizia la fase B, quella della microchirurgia ricostruttiva post oncologica. «Ciò che mi colpisce, ogni volta, sono i silenzi di questi giovani pazienti, hanno come perso la parola - dice la dottoressa Pagnotta -  sono silenzi che parlano, parlano i loro occhi. Ho visitato ragazzini e adolescenti, dai 10 anni in su, con un vissuto molto doloroso. In un bambino anche solo eseguire un prelievo ematico è uno choc, si figuri fare un anno di chemioterapia. Quando arriva il momento della visita con me, lasciano parlare le loro mamme e i loro papà. Da loro non arrivano domande sull'intervento o sul post operatorio. Solo con la ripresa riemergono i loro sorrisi, la voglia di parlare e di vivere».

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La dottoressa Pagnotta si occupa di chirurgia della mano e microchirurgia ricostruttiva nei ragazzi e negli adulti. «I tumori primitivi dell'osso colpiscono spesso in età adolescenziale. Ho curato e curo pazienti giovani e giovanissimi - dice il chirurgo - E non ci si abitua mai a vedere bambini e adolescenti ammalati. Specie in età adolescenziale hanno forti conflittualità legate alla malattia, al non poter camminare, non poter fare ginnastica, al sentirsi mutilati in un’età in cui il corpo è già di per se difficile da accettare. Il tumore diventa la priorità, devono lasciare la scuola, fare la chemioterapia, ma - lo dico sempre - oggi ci sono tutti i presupposti per la ripresa, questi tumori si possono trattare molto bene». Ed ecco che diventa importante ricostruire funzionalmente l'arto e fare in modo che la vita ricominci. Si tratta di ricostruzioni ortopediche e plastiche insieme. «La parte di cui mi occupo io è la ricostruzione post oncologica - spiega il chirurgo - in passato la diagnosi di un osteosarcoma o di un sarcoma di Ewing era sinonimo di amputazione. Gli ortopedici-oncologi devono eradicare il tumore con margini di sicurezza, é una grande responsabilità. Oggi sempre più spesso si eseguono resezioni oncologiche con l’obiettivo del “limb salvage”, cioè con tecniche chirurgiche che asportano il tumore in modo radicale, salvaguardando l’arto. Questa tecnica non cambia la sopravvivenza del paziente che, invece, così recupera la funzione dell'arto».
 
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La ricostruzione degli arti significa eseguire trapianti ossei, ricostruzioni muscolari e tendinee, trapianti di pelle che «vanno a colmare delle grandi perdite di sostanza, “buchi”, che l’oncologia lascia nell’arto - dice Alessia Pagnotta - Sono operazioni chirurgiche molto lunghe, complesse, il team chirurgico deve essere affiatato e l’anestesista ha un ruolo molto importante nella gestione di questi pazienti “fragili”. Tolto il cancro, le protesi possono non essere sempre la soluzione ottimale e allora si opta per le ricostruzioni biologiche vascolarizzate che, di fatto, sono veri e propri trapianti. I più giovani hanno una capacità di ripresa straordinaria». La vita che beffa diagnosi terribili, malattie che hanno nomi dal suono nefasto. Il più delle volte oggi è così, vince la medicina, ma «i ricordi sono anche negativi, le complicanze possono essere molte, la malattia può ripresentarsi e, a volte, alcuni pazienti li perdi». Ed è, forse, il momento più difficile per un chirurgo.
 
Alessia Pagnotta è diventata responsabile di una Unità operativa semplice («un mezzo primario», ci scherza su) a 42 anni. Ce l'ha fatta in un mondo a forte prevalenza maschile. Sulla sua strada professionale ha incontrato «un direttore generale che ha creduto in me, conosceva le mie capacità e credeva nel potenziale delle donne, nella loro capacità di organizzazione di un team». E ammette: «Una donna deve dimostrare qualcosa di più, la sala operatoria è competitiva, ha dinamiche complesse, le donne non sono sempre considerate all’altezza di ruoli apicali. Anche se ultimamente sta cambiando. Gli iscritti a Medicina sono soprattutto donne perché gli studi sono molto lunghi e il lavoro non è più remunerato come anni fa. E' vero però che la professione di chirurgo è più difficile per una donna, il lungo periodo di formazione prima e le molte ore di lavoro dopo mal si concilia con una vita personale spensierata e con le richieste di una famiglia. La mia Unità operativa é composto da 6 chirurghi, 3 donne e 3 uomini: perfetto». 

Domenica 6 Ottobre 2019, 09:35
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